dal Web

IL MESSAGGIO DELL’ICONA BIZANTINA

( dal sito http://www.sentiericona.it/public/icone/?p=1431 )

143225.b

Nel 1994, sulla rivista “Simposio cristiano” pubblicata dall’Istituto di Studi teologici “San Gregorio Palamas”, lo studioso Spiridione P. Nicolaidi, esperto di arte bizantina e, in particolare, autorevole ricercatore della presenza greca in Italia, autore anche di un pregevole volume sull’argomento riferito specificamente alla città di Trieste, firmò un articolo dal titolo “Il messaggio dell’icona bizantina”. E’ un altro documento che aggiungiamo al ricco archivio già presente nel nostro sito per il contributo che esso offre a comprendere ancor meglio l’importanza e il valore dell’icona nella storia dell’arte e della fede.

Uno dei primi Concili d’Oriente afferma: “Quanto il Vangelo dice con la parola, l’icona lo annuncia con i colori e lo rende presente”. Ma cos’è veramente l’icona per il fedele ortodosso e per l’umanità cristiana? Vediamone qualche breve cenno illustrativo.
Col vocabolo “icona” (che in greco significa “immagine”) siamo usi indicare un particolare genere di dipinto sacro, eseguito su tavola lignea secondo i dettami di una tradizione e tecnica risalenti ai primi secoli del cristianesimo. La patria dell’icona è l’Oriente bizantino che ha saputo creare e custodire sino ai nostri giorni queste sacre opere di umana devozione e di profondo contenuto spirituale. I luoghi di culto del cristianesimo orientale hanno nell’icona il loro ornamento principale e nelle dimore private essa è oggetto di venerazione per l’intera famiglia che la possiede e gelosamente conserva, talvolta da più generazioni. E nel dilagare dell’avanzata islamica e nei successivi secoli di oppressione della fede di Cristo, l’icona spesso costituisce l’unico legame con la fede; attorno ad essa si ritrovano, in segreta adunanza, vecchi e giovani, ricchi e poveri, tutti accomunati nel fervore della preghiera.

L’icona sfida così il tempo e le persecuzioni, recando sino a noi quel vivo messaggio che narra di una fede mantenuta intatta attraverso ardui e oscuri secoli. In primo luogo l’icona è simbolo di fede e di speranza incrollabile coronata dal trionfo finale del cristianesimo; sotto tale aspetto, che astrae da quelli che possono essere gli artistici pregi, essa va quindi fondamentalmente considerata. Né di minore importanza risulta la funzione dell’icona nel tempio cristiano-orientale ove essa, verso la fine del secolo ottavo, origina quel processo evolutivo che darà vita all’”iconostasi”. È questo il caratteristico diaframma ornato di icone che separa il “santuario” dal rimanente corpo del tempio e sul quale si aprono tre porte in corrispondenza dell’altare centrale e, rispettivamente, dei due minori laterali.

L’iconostasi tiene luogo del cancello o balaustra che anticamente separava l’officiante dai fedeli – tale elemento è tuttora conservato nella Chiesa di Occidente – e prende a formarsi quando il VII Concilio Ecumenico, ponendo fine alla lotta iconoclastica, riammette le sacre immagini alla venerazione dei fedeli. Ritornano così trionfalmente nel tempo le icone e vengono esse appese alla cancellata divisoria la quale, ben presto satura nella sua capienza, cerca nuovo spazio proiettandosi verso l’alto. Nasce così quella “parete divisoria adorna di icone” che, con migliorie successive nel tempo, raggiunge la sua odierna caratteristica fisionomica.La tradizione fa risalire l’origine delle icone al primo ritratto della Vergine dipinto da san Luca, anticamente conservato in un tempio di Costantinopoli posto sulla via “dei Condottieri” (Tòn Odigòn) e, pertanto, indicata col nome di “Odighìtria” dalla citata ubicazione del santuario. Innumeri copie, successivamente eseguite, hanno ripetuto nel tempo con la massima fedeltà possibile questo prototipo, cui nel seguito si sono unite anche altre sacre raffigurazioni, facendo così della icona un venerato oggetto di culto.

Ma l’esplicazione di alcuni tra i basilari principi che governano questo affascinante mondo della pittura religiosa bizantina, diviene opportuna per una sia pur superficiale comprensione dello stesso. In primo luogo va chiarito che le icone rispecchiano la visione di un mondo trasfigurato nel quale si intravede una realtà non appartenente al nostro ambiente terreno. Nelle icone l’arte trova il suo svolgimento in un universo non identificabile con quello della tradizione spaziale dell’Occidente. La divinità è “presente” nell’icona con la sua grazia celeste e l’arte bizantina ne ripete nel tempo i prototipi che, a loro volta, trasferiscono alla copia che li riproduce, qualcosa della loro originale, miracolosa potenza. Né l’atteggiamento delle figure o la loro disposizione muta rispetto all’insieme rappresentato. Infatti, attraverso rigidissime norme, dettate dai teologi orientali, si stabiliscono le caratteristiche di tali fattori, sicché lo stesso soggetto rimane pressoché immutato nel tempo, pur attraverso le successive sue riproduzioni. Anche la forma deve, a sua volta, soddisfare norme specifiche dovendo l’icona raffigurare il soggetto proiettato nella vita eterna.

Ne consegue quindi una basilare diversità di interpretazione delle Sacre Scritture da parte dell’artista chiamato alla creazione del dipinto. Nell’Occidente egli esegue l’opera sacra primieramente guidato dai canoni di una sua personale e libera concezione del soggetto, mentre nell’arte religiosa bizantina egli si distacca dalla “terrena realtà” per accostarsi a una più pura e spirituale concezione dello stesso. Si ha così una voluta negligenza nella resa prospettica e volumetrica, il che – unitamente all’aurea e suggestiva ricchezza dell’insieme – contribuisce a efficacemente creare quell’opportuno distacco della rappresentazione dalla quotidiana realtà del nostro mondo. Attraverso un raffinato linguaggio simbolico l’icona avvicina i fedeli ai più sublimi misteri della religione cristiana. Vediamo così l’azzurro colore del manto di Gesù Cristo simboleggiarne la divinità regale, mentre il rosso della tunica ne raffigura la terrena umanità. Nel rosso velo della Vergine, viceversa vediamo rappresentata la di lei umanità in contrapposizione all’azzurra tunica della sua divinità. Osserviamo inoltre le tre stelle poste sulla fronte e una su ciascuna spalla: stanno a simboleggiare la verginità anteriormente, durante e dopo il parto.

La tecnica è anch’essa vincolata a precise norme e impone una accurata e scrupolosa scelta nelle forme, colori e materiali. Il legno deve, ad esempio, possedere gli opportuni requisiti di compattezza e resistenza all’usura del tempo, mentre i colori si ottengono solo con particolari miscugli di scelte sostanze. Solitamente, e sino ad epoca a noi piuttosto vicina, le icone non vengono datate o firmate dall’artista. Quasi sempre si tratta d’un monaco che si prepara all’impegnativo compito con giornate di meditazione e digiuno per ricevere, alla fine di tale preparatorio periodo, l’opportuna consacrazione con l’”àghion miron” da parte del priore del suo monastero. Così, purificato e consacrato, egli fa voto solenne di non altro dipingere che immagini sacre nel corso della sua restante esistenza terrena, affidando così alle icone uscite dal suo pennello quel sacro e spirituale messaggio che noi oggi riceviamo immutato nel tempo.

RIFLESSIONE DEL CARD. SPIDLIK

( dal http://www.sentiericona.it/public/icone/?p=1431 )

imageNella foto: Madre di Dio Odighitria, scuola di Pskov, XIII secolo, Mosca, Galleria Tret’jakov

Grazie alla collaborazione del Centro Russia Ecumenica di Roma, fondato e diretto da don Sergio Mercanzin, pubblichiamo la trascrizione di una conferenza tenuta il 18 gennaio 2001 dal compianto cardinale Tomas Spidlik (la berretta cardinalizia gli venne attribuita da Giovanni Paolo II nel 2003), scomparso nel 2010, sul tema “Il mondo dell’icona: lo spirito e la legge. L’icona: canoni, tecnica, materiali”. Si tratta della prima e seconda di quattro parti (le altre due saranno oggetto di successiva pubblicazione sempre in queste pagine web) che la redazione dei ha ritenuto di suddividere per consentire una riflessione più approfondita sulla ricchezza dei contenuti proposti e l’articolata originalità delle argomentazioni. Nato nella Repubblica Ceca nel 1919, gesuita, Spidlik è stato uno dei massimi studiosi della spiritualità e della teologia dell’Oriente cristiano, grande divulgatore attraverso libri, pubblicazioni, conferenze, incontri tenuti in Italia e all’estero, Russia compresa. Innumerevoli i riconoscimenti ricevuti in ambito internazionale che rendono il suo pensiero un punto di riferimento assoluto per comprendere la profondità e la fondamentale essenzialità dell’icona per il sentire cristiano.


PRIMA PARTE

Il tema di questa nostra conversazione è “dal visibile all’invisibile”… Avete mai visto qualcosa di… invisibile? Tutti vogliono “conoscere”, già gli antichi greci dicevano: “Meglio non vivere che non avere la conoscenza”, conoscenza del vero e del falso. Il termine latino per verità è verecundia, indica che la verità è un mistero, che non si raggiunge facilmente; il termine ebraico è emés, significa parola, dunque qualcun’ altro mi rivela la verità; molto diverso il termine greco: alètheia, significa dimenticanza, indica ciò che è uscito dall’ignoranza, ciò che abbiamo scoperto, e tale è la nostra mentalità europea, l’avere, il possedere ciò che abbiamo scoperto, il mistero non ci interessa. Dostoevskij racconta la parabola del palazzo di cristallo: l’uomo-scientifico moderno costruisce un palazzo di cristallo in cui naturalmente tutto è chiaro, preciso, poi va ad abitarci dentro incantato, ma il giorno seguente scopre che in quel palazzo non ci sono né carità, né libertà, né verità… perché queste cose non sono mai chiare.
Dunque la “verità” che dice le cose chiare e precise non raggiunge la Verità. Più interessante è la parola slava per verità: ìstina, dalla stessa radice dell’indeuropeo és=ciò che esiste e astmà= spirare, nel senso di emettere fiato, dunque la verità è qualcosa di vivente. Ci sono, quindi, modi diversi di accostare la verità. Compariamo tra loro i due fondamenti della nostra civiltà: la Bibbia e la filosofia greca. La Bibbia è rivelazione per mezzo della parola, non ci sono immagini, sono addirittura proibite, ci sono visioni, ma è sempre Dio che parla e mette sulla lingua dei profeti qualche cosa riferita sempre all’osservare le parole di Dio. Totalmente diversi erano i greci. I greci dicevano: “ciò che non hai visto non è vero” e il primo storiografo greco, Erodoto, per scrivere la storia è andato in giro per il mondo per poter scrivere quello che aveva visto con i suoi occhi. Dunque: è vero ciò che hai visto, e così sono nate le scienze naturali, la fisica, e quanto progresso ha fatto la civiltà europea con le scienze naturali! Però, nel III sec. a.C. nacque una crisi, era il periodo degli scettici in Atene.
Dicevano gli scettici: noi non vediamo tutti allo stesso modo, io vedo che l’erba è verde, tu vedi che l’erba è verde, ma qualcuno, noi oggi diremmo daltonico, la vede rossa, e la mucca che la mangia come la vede? Se è vero ciò che vediamo ed ognuno vede a modo suo, non possiamo conoscere la verità, conosciamo solo l’opinione, doxa, ciò che si dice, ma alla verità non abbiamo accesso. Uno scettico moderno, un inglese, dice che l’uomo è come uno che sta in una torre e riceve le notizie per telefono, sa tutto ma non può sapere con certezza che sia vero, non può controllare che sia vero ciò che sente, così anche noi non possiamo conoscere la verità. E cosa risposero i grandi filosofi greci come Platone, Socrate , Aristotele agli scettici del loro tempo? Dissero: è vero, con gli occhi del corpo non possiamo raggiungere la verità, ma per fortuna abbiamo un occhio interiore, la mente, l’intelletto, e l’intelletto conosce la verità, con l’intelletto diciamo che 2+2=4 e questo è vero per noi, per i daltonici, per i ciechi, per tutti.
Dunque la verità non si conosce con gli occhi, ma si conosce con l’intelletto, l’intelletto può conoscere la verità, può conoscere anche Dio, è capace di Dio, quindi la migliore filosofia è l’elevazione della mente a Dio. Aristotele parla di tre tipi di uomo: gli uomini utilitari, che lavorano per mangiare e mangiano per lavorare e che non sono felici, poi i politici, gli uomini che lavorano per gli altri (in quel tempo credevano ancora che i politici lavorassero per gli altri), vita che fa felici gli altri ma non se stessi, ed infine la vita contemplativa, la più felice, in cui alla migliore facoltà, l’intelletto, si offre il migliore oggetto: Dio; è l’elevazione della mente a Dio. Evidentemente questo piaceva molto ai Padri della Chiesa, per es. S. Agostino, come elevava la mente a Dio! E poi tutti i contemplativi…. Però, nel IV sec. d.C., si profilò una nuova crisi con i cosiddetti Ariani; questi erano dei perfetti metafisici, e arrivarono a negare la divinità di Gesù. Cosa risposero i grandi Padri di quel tempo, Basilio, Gregorio Nazianzeno? “…Speculate come volete, ma a Dio non si arriva con l’intelletto, perché supera ogni intelligenza”.
Dio, dunque non si conosce con i sensi, i Padri greci erano molto scettici riguardo alle visioni, “se qualcuno sostiene di aver visto Dio probabilmente ha visto solo la sua fantasia”, S. Giovanni Climaco dice: “Beati gli occhi che hanno visto gli angeli? Beato piuttosto chi ha visto il suo peccato!”. Con l’intelletto non volevano speculare, a che cosa servono tutte queste speculazioni? Hanno cambiato la teologia in tecnologia! Con tutti questi concetti precisi… Allora come si conosce Dio ? Si può conoscere o no? E la risposta è: beati i cuore-puro, perché essi vedranno Dio.

SECONDA PARTE
Pertanto ci sono tre conoscenze: la prima, attraverso i sensi, conosce la superficie delle cose, la seconda, attraverso l’intelletto, la mente, conosce i concetti precisi, la terza, attraverso un cuore puro; questa vede Dio, o meglio, per non essere panteisti, la Sapienza divina nelle cose. Adesso il problema è: come si comportano una con l’altra queste tre conoscenze? Per essere un buon speculativo, bisogna guardare molto nel mondo? No, diceva Platone, ma anzi chiudere gli occhi, cominciare dalla matematica per distogliersi dal mondo materiale, poi dimenticare anche quello matematico per la pura filosofia: i sensi non servono, intralciano, sono di ostacolo, sosteneva. Tre conoscenze spaccate, dunque, divise, ma non può essere così, una dovrebbe condurre all’altra. Quanto all’immagine e conoscenza, il popolo ha sempre stimato le immagini, per mezzo delle immagini si conosce e Gesù stesso parlava in immagini nelle sue parabole. Platone diceva che di una cosa materiale può esserci un’immagine materiale: un uomo si fa ritrarre da un pittore e questa è la sua immagine, da una cosa materiale può venire qualcosa di materiale, da una cosa spirituale qualcosa di spirituale, ma da una cosa spirituale non può generarsi qualcosa di materiale e viceversa. Questa la posizione anche degli iconoclasti, quando si vuole fare un’immagine di Cristo, si nega la Sua divinità, perché si può dipingere solo l’uomo Gesù. Nella Scrittura ci viene offerta una soluzione, dove è detto che Gesù è “immagine del Dio invisibile”.
É detto, dunque, che Cristo nel suo corpo è immagine di Dio invisibile, perché è Dio-uomo, dunque il problema filosofico fu risolto con la Cristologia, perché Gesù Cristo unisce visibile e invisibile e per mezzo di Lui possiamo vedere l’Invisibile. Ma dove si trova Gesù Cristo? La risposta è: nella Chiesa. Dunque chi vede la Chiesa vede Cristo, e chi vede Cristo vede Dio. S. Gregorio di Nissa diceva: chi vede la bellezza della Sposa vede lo sposo. La Chiesa sono i cristiani, ogni cristiano, quindi, secondo il suo grado, è immagine di Cristo e in Cristo si vede il Padre, dunque nei santi uomini si vede Dio invisibile. Evidentemente questa immagine ha diversi gradi. In russo santo si dice “prepodobnyj”, cioè “molto simile”, il cristiano è “simile”, il santo è “il molto simile”, la Madonna è “la più simile” a Cristo. Dunque un uomo santo è immagine di Cristo, nell’uomo santo si vede l’invisibile. Se un santo è immagine dell’invisibile ed io lo vedo con gli occhi, lo posso dipingere, ma ora, come dipingerlo perché si “veda” che è santo, come dipingere la sua santità? C’è una fotografia, cosa si vede? Una cosa del tutto superficiale, un mio gesto, un atteggiamento esteriore… Quando si fa un ritratto si cerca di mostrare tutta la personalità, si cerca di far vedere l’uomo intero, come è il suo carattere, le sue caratteristiche interiori…
L’icona è ad un terzo grado, vuol far vedere com’è lo Spirito Santo dentro di lui, perché questa è la vera immagine del santo. L’icona non è solo foto, non è soltanto ritratto, ma deve raffigurare l’uomo pieno dello Spirito Santo. Ma come farlo questo? Vediamo come sono nate le immagini sacre. La prima immagine di Cristo è il Pantocrator, il Re dell’universo, siede sul trono come un imperatore, come il vero imperatore del mondo; era un’immagine trionfalistica, voleva dire: quell’ebreo che avete crocifisso, che a voi sembrava essere un uomo debole è il vero imperatore del mondo, quel crocifisso governa il mondo! Si cerca di far vedere, dunque, qualcosa che non si vede con gli occhi del corpo: gli occhi vedevano Cristo come un uomo qualsiasi, con gli occhi della fede lo si vede imperatore, Pantocrator. Questo è un aspetto del Cristo.
Nel Medioevo cambia tutto. Quando S. Francesco predicava, tutti sapevano che Gesù Cristo è Dio, ma si sono dimenticati che ha sofferto come un uomo, allora, invece di Cristo su di un trono, si vede Cristo sofferente, ecco la via crucis, le flagellazioni… Sempre quello che si dimentica viene messo in risalto, tutti avevano l’immagine di Cristo Re, Cristo Dio, Cristo grande, allora bisogna ricordare il Cristo piccolo, che soffre, per fare equilibrio. Poi viene il Rinascimento, il Cristo con i muscoli di Michelangelo! O quella bellezza quasi femminile del Cristo di Leonardo da Vinci… Secolarizzazione? Non necessariamente. Sì, Lui è Dio, Lui ha sofferto, ma non dimentichiamo che era l’uomo perfetto, l’uomo ideale, ecco allora rappresentazione di Cristo-uomo-perfetto. Nel Barocco si vede sempre Cristo che parla con qualche santo, perché si sentivano isolati, dunque Cristo-uomo-del-dialogo. E com’è il Cristo moderno? Beh, ce ne sono diversi, il Cristo-operaio, ad esempio, Cristo nella vita quotidiana… Ma sempre si cerca di dipingere ciò che si è dimenticato. Questo il problema, nella rappresentazione deve esserci qualcosa che non si vede ma che però si crede. Sapete che sul monte Athos c’era la scuola per pittori, si studiava, si digiunava, e la prima immagine che il pittore doveva dipingere era la Trasfigurazione sul Tabor, per dire che il pittore sacro vede le cose così come le vedevano gli Apostoli sul monte Tabor, così “come si credono”, non “come si vedono” con gli occhi. Ora, come farlo? Santo cielo, come farlo? C’e una visione invisibile che deve essere concretizzata: come farlo?

 

TERZA PARTE
Florenskij, nel suo libricino “Porte regali” in cui descrive la psicologia dell’arte, dice: nessuno può dipingere se prima non ha dentro una cosa vissuta. Dunque prima c’è la visione spirituale. Lui racconta che Raffaello aveva avuto da giovane una visione della Madonna e che avrebbe voluto dipingerla, ma non ci riusciva perché tutte le ragazze che vedeva non erano minimamente come lei e di questo soffriva molto. Allora cosa fare? Ci sono artisti impazienti che dipingono attingendo dalla propria fantasia, ad es. per raffigurare il Paradiso, che non è di questa terra, creano forme che qui non esistono, uccelli rossi, blu, animali fantastici quali non sono nel mondo, ma a cosa serve moltiplicare forme che non esistono, cose che non hanno alcun significato? Se nessuna ragazza di questo mondo corrisponde all’ideale della Madonna che ho nella mente, cosa devo fare? L’artista soffre molto di questa contraddizione, ma un giorno incontra una ragazza, che non è come la Madonna che ha nella mente, ma che gli fa pensare a quella Madonna, gliela ricorda, quella ragazza, allora, diventa “simbolo” di qualcosa di superiore a lei e l’artista la ritrae perché simbolo della cosa invisibile.
Una volta un sacerdote ortodosso parlava con disprezzo delle Madonne italiane, diceva: «queste non sono immagini della Madonna, questi sono ritratti della sua amante, il pittore amava una ragazza e l’ha dipinta e voi pregate davanti a questo? Questo è vergognoso! ». Ma io penso che molti giovani, quando si innamorano, vedono qualcosa di superiore a quello che si vede con gli occhi, e proprio così deve essere, allora, quando questa persona concreta diventa “simbolo” la si dipinge. Bene, allora cominciamo a dipingere… ma attenti, bisogna fare quello che gli orientali chiamano “il digiuno delle forme e dei colori”, perché si deve dipingere solo quello che è simbolo e niente di più, altrimenti quel di più distrae. Così l’iconografo: “Dunque, c’era un bosco nel quale c’erano dei pastori beh, bastano due alberi, questo è già bosco, due pastori e due pecore”, ciò che è in più è inutile, non è più simbolo.
Si parla delle cosiddette “false immagini golose”. Un esempio ne è la famosa Maria Maddalena nel bosco che fa penitenza del periodo impressionista. Si vede una donna ben nutrita, poco vestita, in un bosco pieno di fiori… chi pensa alla penitenza vedendo questa immagine? Ne dovrebbe essere un simbolo, ma di fatto distrugge ogni simbolismo. Si sente dire degli iconografi: ma perché non dipinge qualcosa di più nella sua icona, perché non fa la Madonna più dolce, e perché quel bambino così vecchio? Ma forse perché si desidera vedere una bella immagine, una bella ragazza, e non la Madonna.
Dunque cosa sono le icone? Non sono immagini fantastiche e sono immagini molto magre, in cui c’è solo quello che è necessario, perché se ci fosse di più si perderebbe il simbolismo. Frank, uno psicologo, aggiunge a questo un complemento su come nasce un’opera d’arte. Spesso si sente dire che l’artista esprime se stesso, ma nessun artista dice questo di sé, tutti gli artisti dicono: “mi è venuta un’ispirazione”, dunque la visione di cui parlavamo prima, fonte e origine dell’immagine dipinta, è qualcosa che “è venuta”.
E quando viene cosa accade? Che l’artista subito si mette a dipingere dimenticando tutto il resto. La moglie di un pittore mi ha detto: “quando lui comincia a dipingere tutte le pastasciutte diventano fredde!”, il pittore sembra quasi schiavo di questa ispirazione, dipinge perché deve dipingere, e deve farlo come e quando l’ispirazione lo spinge, e se gli si obietta: “perché lo fai così? non lo venderai di certo!”, lui risponde: “non posso farlo in nessun altro modo, perché così mi detta l’ispirazione”. Ora si domanda Frank, ma è morale questo, che un uomo sia schiavo di un’ispirazione? Se la perfezione consiste nella piena libertà e uno schiavo di qualcosa non è libero, dunque gli artisti non sono uomini liberi, non sono uomini spirituali!
Lo sono oppure no? Frank risponde così: c’è una sola ispirazione che non priva l’uomo della libertà, quella che proviene dallo Spirito, tutte le altre non sono che possessioni diaboliche. La vera arte è spirituale, veramente spirituale, e l’uomo dà a questa ispirazione dello Spirito tutto ciò che può dare.

QUARTA PARTE
L’Incarnazione è la più grande opera d’arte: l’ispirazione dello Spirito Santo in Persona e la Madonna che offre tutte le sue forze, tutta se stessa… e nasce l’uomo-Dio, come nell’arte nasce l’immagine umano-divina. Dunque Gesù Cristo è la perfettissima immagine perché chi vede Lui vede il Padre, e l’arte, quindi, è tipicamente cristiana, anzi, solo il cristianesimo giustifica la vera arte. Vjaceslav Ivanov, studioso di molte culture diverse, come quella egizia, quella greca e molte altre, osservava: quante culture diverse si sono avvicendate, poi sono scomparse, morte, se ne raccolgono reperti, se ne conservano monumenti, ma quello che si ottiene è un museo, non più cultura viva. Cosa si potrebbe fare per salvare una cultura dall’estinzione? Notò che una cultura piuttosto mediocre, se paragonata a quella egizia o a quella greca, quella ebraica, con i suoi salmi, la storia di Davide, ecc., non era ancora morta, e fino ad oggi si continuano a recitare i salmi ma non certo la poesia babilonese, come mai? Perché ha ricevuto un significato cristologico, perché è entrata in Cristo, e aggiunge: se vogliamo salvare la nostra cultura europea, mentre nascono nuovi mondi e nuove culture, dobbiamo dare significato cristologico alla nostra cultura, ai nostri concetti, alle nostre immagini. Per mezzo di Cristo il visibile diventa simbolo dell’invisibile, umano simbolo del divino.
Ultimo punto: il culto delle immagini.
Che le immagini potessero avere valenza catechetica, di un’istruzione, questo lo ammettevano anche gli iconoclasti, ciò che si può dire con le parole, si può dire anche con le immagini (e l’oriente amava molto le immagini… io dico sempre, scherzosamente, che gli orientali dicono: questa è l’immagine, se non la capisci te lo spiego a parole, mentre in occidente si dice: te lo dico, se non lo capisci ti faccio un disegno). Dunque immagine come parola, niente di più, come insegnamento, parola-visiva, ma perché dovrei venerarla? Se l’iconografia è come un catechismo va bene, ma nessuno venera il libro di catechismo! Perché si dovrebbe venerare un ‘immagine? Già Origène diceva: “C’è differenza tra parola umana e parola divina”.
Io dico “dovete fare questo”, ma non succede niente, che questo accada ora dipende da voi, non dalla mia parola, perché la mia parola è debole, invece quando Dio dice qualche cosa lo fa, quel qualcosa “è”, nei sacramenti, nella lettura di salmi come esorcismo è Dio che dice. Dunque l’immagine non deve essere parola umana, ma deve essere parola divina, l’icona è paragonabile alla Parola divina e per questo venerabile. Nell’iconoclasmo ci sono stati due grandi periodi.
Dicono di venerare un’immagine, evidentemente questa immagine deve essere unita in qualche modo con ciò che rappresenta, perché non posso adorare il legno in quanto tale, o è unita con Cristo oppure niente da fare, ma come si fa ad unire un’immagine di Cristo con Cristo stesso?
Il primo periodo, del patriarca Niceforo, è tipicamente greco; i greci dicevano: se due cose hanno la stessa forma sono praticamente uguali, vediamo la statua dell’imperatore con la sua stessa forma, allora ci inchiniamo davanti alla statua dell’imperatore, è lui, la stessa forma, perciò si cercava di riprodurre la stessa forma del santo da rappresentare nell’icona, non si poteva cambiare, e per Gesù si aveva l’immagine acheropita del volto santo e si riproduceva così, ma siamo sempre sicuri che quel santo aveva quella forma? Perché se la sua forma non fosse esattamente quella la sua immagine non sarebbe più venerabile.
Nel secondo periodo S. Teodoro Studita diceva: “umanità e divinità hanno la stessa forma? No, però sono unite per mezzo dell’amore; allora solo amore può unire il legno con Cristo stesso, e come si esprime quell’amore? Per mezzo della preghiera”. Dunque per mezzo della preghiera l’icona diventa sacra, se non si pregasse sarebbe un pezzo di legno, “l’icona davanti alla quale non si prega è come una finestra murata”, si vede la finestra, ma non si vede attraverso.
Mi è stato detto che al tempo del totalitarismo, quando quella famosa icona della Trinità era conservata così, tra altre immagini, alcuni studenti andavano di nascosto per pregare davanti a lei perché non si desacralizzasse, adesso è in una stanza speciale perché si possa venerarla, ora sono di nuovo icone. In una chiesa di Mosca, guardando come la gente pregava davanti all’icona della Madonna non si poteva dire che fosse semplicemente legno, perché quel legno era impregnato delle preghiere dei fedeli, allora è diventato sacro, difatti la preghiera santifica il mondo. Le migliori preghiere sono le preghiere sacramentali, dove la preghiera del Sacerdote santifica l’Eucarestia, noi distinguiamo “sacramenti” e “sacramentali”, questa è per forza di Cristo e questa per la preghiera dei fedeli, ma infine la preghiera dei fedeli è anche la preghiera di Cristo.
Dunque la Madonna davanti alla quale per secoli si pregava non è la stessa di una nuova, magari migliore, più bella con cui la si vorrebbe sostituire, lasciate quella migliore per il museo, non si può, questa è venerata da secoli, questa è sacra. E’ proprio la preghiera che permette quel passaggio dal visibile all’invisibile. Io vi auguro di fare questo passaggio!

Card. Tomas Spidlik
(II – fine)

 

 

Annunci